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La nuova moda è sostenibile

Moda sostenobile - H&M Conscious Collection
Moda sostenobile – H&M Conscious Collection

Difficile dare una definizione univoca di moda sostenibile. Per molti si tratta di moda ecologica, alcuni la identificano con l’abbigliamento equo-solidale, per altri è un modo di vestire di un preciso target: quello fricchettone-radical chic. Spesso per l’immaginario collettivo è tutto fuorché moda “alla Vogue”: patinata, glamour, accattivante. Quello che la maggior parte degli ignari acquirenti non sanno è che la moda sostenibile è figa. Molto figa. E complicata, perché è fatta di tante sfumature e normative e aspetti tanto tecnici da rasentare la noia.

L’importante è sapere che esistono realtà locali, imprese familiari, artigiani, ma anche grandi marchi che fanno capi sostenibili senza che tu lo sappia. Te ne accorgi giusto perché sull’etichetta è indicato “cotone biologico” o perché te lo dice la commessa. O semplicemente non lo verrai mai a sapere perché il marchio in questione non è interessato a fartelo sapere, ma solo a venderti un capo bello. Come Stella McCartney, che confeziona abbigliamento eco-sostenibile da sempre.

Cos’è la moda sostenibile?

Parlare di sostenibilità nella moda significa parlare di eco fashion, moda riciclata e fair trade. Significa parlare di impatto dell’industria della moda sull’ambiente, di filiera, di condizioni di lavoro degni di un essere umano. La moda sostenibile tiene quindi conto principalmente di tre aspetti: quello ambientale, sociale ed estetico. Il primo include tutto ciò che si intende per moda green: riciclo, riuso, baratto, tessuti bio certificati, processi aziendali poco inquinanti o con minor utilizzo di acqua. L’aspetto sociale comprende tutto ciò che riguarda l’etica aziendale sul luogo di lavoro e i rapporti con i propri collaboratori: filiera trasparente, filiera corta, compensi equi, luoghi di lavoro sicuri, valorizzazione delle maestranze artigianali locali e in generale tutto ciò che riguarda il commercio equo solidale. L’aspetto estetico è quello che interessa a tutte noi: un capo per essere desiderabile deve essere bello. Non c’è molto altro da aggiungere.

Vestire sostenibile

Ora, il dubbio: sì, ma quanto costa vestire sostenibile? Può costare molto ma anche essere conveniente. Ecco, non può costare poco, perché se il prezzo di un abito è basso, c’è qualcosa che non funziona nella filiera: se una una t-shirt costa 3 euro, quanto immagini possa guadagnare chi l’ha cucita? La risposta è nel video qui sotto.

Moda sostenibile? Parliamone

La questione è, per inciso, molto semplice: la moda non può che avere un futuro sostenibile. Quando d’estate ci lamentiamo per il caldo tropicale o quando consideriamo che non esistono più le mezze stagioni, basta pensare al fatto che l’industria della moda è una delle più inquinanti e impattanti del pianeta. Tutti contribuiamo al surriscaldamento globale e tutti paghiamo le conseguenze dell’inquinamento. Ogni nostro singolo acquisto ha un peso enorme nell’economia fashion mondiale e nella distribuzione della ricchezza nel mondo. Un’esagerazione? Mica tanto.

«Cosa indossiamo davvero? Il tessile, abbigliamento e calzature sportive inclusi, è il settore industriale più esteso al mondo in termini di fatturato e manodopera. Coinvolge 60 milioni di lavoratori, in prevalenza giovani donne, migranti, precari, non sindacalizzati, spesso sommersi, sottoposti a condizioni di lavoro estenuanti e insalubri, con salari che non superano in media i due dollari al giorno, a rischio di costante avvelenamento nelle piantagioni di cotone, concentrati nel Sud-Este asiatico, in Nord Africa e in America Centrale».

Questo è l’incipit di Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti in I vestiti del nuovo consumatore, pubblicato nel 2010. È verosimile che nel frattempo i numeri dei lavoratori siano lievitati oltremodo, viste la richiesta incessante del mercato nel settore dell’abbigliamento. Il fast fashion ha senza dubbio accelerato questo processo mordi e fuggi della moda: se negli anni ’60 (ma senza andare così lontano, anche solo negli anni ’80-’90) un capo poteva durare decine di anni, oggi lo stesso abito potrebbe durare al massimo un paio di stagioni. Sia per una questione di qualità (nettamente inferiore), sia perché le tendenze dettano legge più che Giorgio Armani in persona.

Negli anni ci hanno abituati a rinnovare il guardaroba nemmeno fossimo dei centometristi della moda, dei funamboli del fashion system, degli accumulatori seriali di t-shirt a pochi euro. Il risultato? Milioni di tonnellate di abiti dismessi, montagne di vestiti che non trovano pace nel paradiso degli outfit perché vagano come spettri in queste discariche immense. Ecco perché diventano fondamentali l’acquisto critico, il riciclo e il riuso: perché il nostro pianeta rischia di implodere.

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