T-shirt a 2 euro: sicuro di volerla comprare?

t shirt 2 euro
Berlino, Alexanderplatz. Alcune persone sono incuriosite da un box turchese che contiene t-shirt impacchettate. Il costo? Due euro. Vorrai mica farti scappare l’affare? Due euro, l’equivalente di due caffè e ti porti a casa una maglietta. Con sorpresa, però, e non solo perché le t-shirt in questione sono chiuse in un sacchetto, ma per la storia che ognuna di esse porta con sé. Come quella di Manisha, che insieme a milioni di lavoratori impiegati nelle aziende tessili di gran parte dell’Asia orientale, per produrre i nostri abiti a basso costo lavora 16 ore al giorno per 13 centesimi di euro all’ora. O come la triste storia delle 1.138 vittime del crollo del Rana Plaza, che morirono sepolte dalle macerie sul posto di lavoro.

Il video termina con una scelta: vuoi ancora comprare la maglietta o donare i due euro? Un esperimento pensato da Fashion Revolution Day per sensibilizzare il consumatore su quello che si cela dietro a capi dai prezzi stracciati, ovvero situazioni lavorative disumane, salari al di sotto della soglia minima sindacale e sfruttamento del lavoro minorile. Un argomento non nuovo, che è trattato dai paladini della lotta ai diritti civili tanto quanto da celebri fashion blogger.

Un cambiamento è possibile, anzi, necessario e passa proprio dalle scelte critiche di noi consumatori:

Il consumo può essere un’arma formidabile per costringere le imprese a comportamenti migliori, perché i consumatori hanno potere di vita o di morte su di loro. (Francesco Gesualdi)

Moda sostenibile

Moda sostenobile - H&M Conscious Collection

Moda sostenobile – H&M Conscious Collection


Difficile dare una definizione univoca di moda sostenibile. Per molti si tratta di moda ecologica, alcuni la identificano con l’abbigliamento equo-solidale, per altri è un modo di vestire di un preciso target: quello fricchettone-radical chic. La moda sostenibile è, per l’immaginario collettivo, tutto fuorché moda “alla Vogue”: patinata, glamour, accattivante. Un’idea tutta italiana, a dirla tutta, perché dagli Stati Uniti al Nord Europa il sustanaibility fashion è una realtà più che rodata, degna di master dedicati nelle scuole di moda più prestigiose e di e-commerce super cool.

All’estero la moda sostenibile riguarda la massa, non la nicchia; affascina e conquista non solo i vegani e gli attivisti di Greenpeace, ma lo stesso pubblico che abitualmente fa incetta di capi di grandi marchi mainstream. Il segreto del successo? Un radicale cambio di prospettiva. In primis delle aziende, che stanno finalmente diventando sensibili alla questione sostenibilità, e poi del consumatore, che è diventato più critico e attento. Ma entriamo nel merito della questione.

Cos’è la moda sostenibile?

Parlare di sostenibilità nella moda significa parlare di eco fashion, moda riciclata e fair trade. In altre parole, è un approccio sostenibile a 360 gradi, che tiene conto principalmente di tre aspetti: quello ambientale, sociale ed estetico. Il primo include tutto ciò che si intende per moda green: riciclo, riuso, baratto, tessuti bio certificati, processi aziendali poco inquinanti o con minor utilizzo di acqua. L’aspetto sociale comprende tutto ciò che riguarda l’etica aziendale e i rapporti con i propri collaboratori: filiera trasparente, filiera corta, compensi equi, valorizzazione delle maestranze artigianali locali e in generale tutto ciò che riguarda il commercio equo solidale. Il terzo, ça va sans dire, riguarda l’aspetto puramente estetico e qualitativo del prodotto.

Vestire sostenibile

Dopo queste dovute premesse sorge spontaneo un dubbio: è possibile vestire sostenibile senza rinunciare all’estetica ed evitando di spendere cifre folli? Sì, è possibile. È anche molto più semplice di quanto si possa immaginare. Basti pensare ad H&M, che ha pensato ad una collezione dedicata, la Conscious Collection, e che sulla sostenibilità dedica gran parte dei propri investimenti. O a mini collezioni come quella di Stella McCartney per Adidas, che ogni anno da dieci anni sforna capi e accessori da urlo (a proposito: quest’anno ricorre il decimo anniversario, e la capsule collection è da annale della moda). Ci sono anche designer meno conosciuti, come Nicoletta Fasani e Ilaria Ragusa, che producono capi handmade innovativi e glamour.

Moda sostenibile? Parliamone

La questione è, per inciso, molto semplice: il futuro della moda non può che avere un futuro sostenibile. Non ci sono alternative, sia in termini ambientali che sociali: l’industria fashion è una delle più inquinanti e impattanti in assoluto e riguarda tutti. Ogni nostro singolo acquisto ha un peso enorme nell’economia fashion mondiale e nella distribuzione della ricchezza nel mondo. Un’esagerazione? Valutate da soli:

«Cosa indossiamo davvero? Il tessile, abbigliamento e calzature sportive inclusi, è il settore industriale più esteso al mondo in termini di fatturato e manodopera. Coinvolge 60 milioni di lavoratori, in prevalenza giovani donne, migranti, precari, non sindacalizzati, spesso sommersi, sottoposti a condizioni di lavoro estenuanti e insalubri, con salari che non superano in media i due dollari al giorno, a rischio di costante avvelenamento nelle piantagioni di cotone, concentrati nel Sud-Este asiatico, in Nord Africa e in America Centrale».

Questo è l’incipit di Deborah Lucchetti, coordinatrice della Campagna Abiti Puliti in I vestiti del nuovo consumatore, pubblicato nel 2010. È verosimile che nel frattempo i numeri dei lavoratori siano lievitati oltremodo, viste la richiesta incessante del mercato nel settore dell’abbigliamento. Il fast fashion ha senza accelerato questo processo mordi e fuggi della moda: se negli anni ’60 (ma senza andare così lontano, anche solo negli anni ’80-’90) un capo poteva durare decine di anni, oggi lo stesso abito potrebbe durare al massimo un paio di stagioni. Sia per una questione di qualità (nettamente inferiore), sia perché le tendenze dettano legge più che Giorgio Armani in persona.

In altre parole, negli anni ci hanno abituati a rinnovare il guardaroba nemmeno fossimo dei centometristi della moda, dei funamboli del fashion system, degli accumulatori seriali di t-shirt a pochi euro. Il risultato? Milioni di tonnellate di abiti dismessi, montagne di vestiti che non trovano pace nel paradiso degli outfit perché vagano come spettri in queste discariche immense. Ecco perché diventano fondamentali l’acquisto critico, il riciclo e il riuso: perché il nostro pianeta rischia di implodere.

Metrò, l’abbigliamento bambini eco-sostenibile

Metrò

Stanche dei soli abiti griffati e brandizzati per bambini? Volete un’idea regalo per Natale per i vostri nipoti, magari made in Italy, 100% bio e a costi contenuti? Affidatevi a Metrò, una linea di abbigliamento per bimbi eco-sostenibile: non rimarrete deluse. Metrò è un progetto di sartoria artigianale nato dall’idea e dalle mani di Roberta Marchesini e Farwa Zulfiqar, che si pre-occupa di realizzare capi ecologici per bambini. Con Metrò sarete sicure di trovare capi cuciti a mano con passione e dedizione, categoricamente prodotti in Italia (a Macerata, per la precisione), con tagli e fantasie unici.

Abiti Metrò

Il punto di forza della collezione firmata Metrò è la qualità: i morbidi tessuti BIOLOGICI (certificati GOTS, Global Organic Texile Standard) garantiscono comfort e praticità, mentre il design moderno con dettagli retrò trasforma i capi in pezzi senza tempo (e riciclabili per un eventuale secondogenito, perché no). Metrò è finalmente la voce fuori da quel coro che tende a ridurre i bambini in testimonial di brand o cartoni animati: sugli abiti non troverete nessun riferimento a marchi o personaggi. Nessun lustrino né paillette o feticci di sorta. I bambini devono fare i bambini. Questa è la forza di Metrò: valorizzare attraverso gli abiti l’ingenuità e l’unicità di ogni bambino. Come raccontato direttamente le ideatrici del progetto:

Ogni capo prodotto vuole mantenere una certa idea di “memoria” del tempo… e ci piace credere che le nostre creazioni possano essere tramandate e riutilizzate in famiglia per generazioni, nel tempo.” Il ritorno ad un prodotto naturale, lavorato a mano e curato in ogni dettaglio, è garanzia di attenzione ad un abbigliamento per l’infanzia che va tutelato da mercificazione ed omologazione eccessive. Ci auguriamo che possiate condividere con noi il piacere di una nuova ed originale collezione per l’infanzia.

A breve sarà on-line l’e-commerce di Metrò, ma nell’attesa potrete acquistare gli abiti e prenotare capi su misura presso il negozio Ibro di Macerata, in Corso della Repubblica n.15, online su http://www.freebirdbabyshop.com/, e contattando la pagina Facebook ufficiale.

Abiti bimbi Metrò

Caso Moncler, il CEO di Prada contro Milena Gabanelli

Patrizio Bertelli

È stato uno scandalo, quello sollevato dall’inchiesta di Report dal titolo “Siamo tutti oche” sul traffico illecito di piume d’oca. Se non altro, lo è stato per la maggior parte dell’opinione pubblica, quella ancora poco avvezza al tema della moda ecologica ed etica. Chi mastica questi argomenti da tempo non si è stupito affatto. Quel che invece stupisce è che un personaggio come Patrizio Bertelli, CEO di Prada, abbia dato della stupida a Milena Gabanelli per il servizio in questione, definendolo «una dimostrazione della stupidità umana». Bertelli, marito di Miuccia Prada e anima commerciale del brand, a margine del Milano Fashion Summit si è lasciato andare a dichiarazioni del tutto opinabili: «È naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si puà impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo».

Ed è qui che Bertelli svela la sostanza del marchio di lusso di cui è amministratore: la filiera ha poca importanza, quel che conta è lucrare. In altre parole, lo stesso CEO di Prada ha ammesso di snobare la moda sotenibile, di infischiarsene del fashion green e non curarsi delle conseguenze che un marchio di questa portata può apportare all’ambiente, agli animali che sfrutta illegalmente e agli stessi lavoratori. Non a caso, il nome di Prada non appare in nessuna delle campagne promosse dalle Ong né ha un progetto sostenibile di sorta. Come fa notare Milena Gabanelli: «Spende molti soldi per monitorare la stampa, ne spenda anche per controllare cosa succede negli stabilimenti di produzione».

«È vero, non c’è niente di male ad andare a produrre all’estero così come non è illegale a essere avidi. Dico che quella di Prada è avidità perché parliamo dell’industria del lusso che si fregia del titolo ‘Made in Italy’ producendo invece in Paesi lontani dall’Italia. Posso capire una piccola azienda con un margine di guadagno di pochi euro che decide di delocalizzare per sopravvivenza. Capisco molto meno le aziende che hanno margini di guadagno altissimi come Prada e gli altri marchi che vivono anche sul fatto di vendere capi che usano impropriamente la dicitura Made in Italy», rincara la conduttrice di Report.

Un attrito, quello tra Bertelli e Gabanelli, che risale al 2009, quando Report mandò in onda un servizio sulle borse Prada realizzate in nero: «Si ricordi il signor Bertelli chi davvero ha rovinato il made in Italy. A proposito – continua la giornalista – noi di Report con la Gdf entrammo nei laboratori di Napoli dove artigiani in nero producevano per 28 euro al pezzo borse Prada che venivano rivendute a 400». Infine la stoccata finale, che dovrebbe mettere a tacere chi si vanta nel mondo intero di un Made in Italy che Made in Italy non è: «Sul capo di Bertelli c’è un inchiesta aperta per un elusione fiscale 460 milioni. Io per esempio non ho nessuna inchiesta di questo genere».

Fashion blogger svedese vs H&M, dove sta la verità?

Anniken Jørgensen

Il titolo dell’articolo è, naturalmente, provocatorio. Ne avrete sentito parlare, ché la stampa italiana è brava a fare informazione con i titoloni scandalisti o indignati: Anniken Jørgensen, fashionblogger svedese di 18 anni, ha denunciato il dietro le quinte della produzione di abbigliamento low cost, coinvolgendo H&M. Nessuno scandalo per chi conosce questa triste realtà, solo l’ennesima presa di coscienza che la moda sostenibile deve essere prima di tutto etica in termini sociali. Prima di demonizzare H&M o chi per esso, sarebbe bene fare un paio di considerazioni sulla questione. E non perché santificare i colossi del fast fashion sia cosa buona e giusta, né per una questione di markette, ma unicamente perché credo che fare moda sostenibile significhi in primis fare informazione sostenibile. Il che si traduce in possibilità di contraddittorio, come provo a fare in questo articolo scritto per Fashionblog. Il dibattito è aperto.

Green Carpet Challenge, il red carpet delle star si fa eco-sostenibile

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Anche le star vestono in modo sostenibile. Facile, con tutti i soldi che guadagnano, penserete voi. In realtà non è così semplice sensibilizzare le celebrità, e di conseguenza i grandi nomi della moda che le vestono, sull’eco fashion. Ecco perché il progetto Green Carpet Challenge ideato da Livia Firth (all’anagrafe Livia Giuggioli, l’italianissima moglie di Colin Firth) assume un ruolo fondamentale: se i capi eco-sostenibili vengono indossati da vip che sfilano sui red carpet, allora saranno promossi dalla rivista patinata di turno, dalla fashion blogger più cool del momento o dallo stylist più in voga. Insomma, nel bene o nel male, purché se ne parli.

Prendete Kate Middleton: sebbene sfili di rado sui tappeti rossi, ogni abito da lei indossato diventa nel giro di pochi minuti il capo più venduto della stagione, soprattutto se si tratta di abbigliamento low cost. Ci sono vip che, volenti o nolenti, sono dei trend setter, le cui apparizioni valgono bene una tendenza modaiola. A Livia Firth va il merito di aver avuto l’intuizione di sfruttare l’immagine dei vip per promuovere l’eco fashion, tema a lei molto caro, visto che è la direttrice creativa di Eco Age, il primo negozio etico ed ecologico di Londra.

Ma Green Carpet Challenge non si esaurisce con l’iniziativa di far sfilare le celebrità con capi etici: è diventato un vero e proprio marchio di certificazione sostenibile, tra i più richiesti ed autorevoli al mondo. Come si legge sul sito, «GCC Brandmark® è garante di eccellenza sostenibile e viene assegnato quando sono soddisfatti gli standard sociali ed etici di riferimento per un prodotto o una collezione». Il primo GCC Brandmark è stato assegnato a Gucci quando ha creato, in collaborazione con Eco-Age, la prima collezione di borse al mondo in pelle amazzonica certificata a deforestazione zero. Gli altri marchi o collezioni che hanno ottenuto il GCC Brandmark sono Stella McCartney con la sua The London 2014 Stella McCartney Green Carpet Collection, Victoria Beckham, Christopher Kane, Erdem and Roland Mouret, le Green Carpet Collections di Alta Gioielleria di Chopard, la Narciso Rodriguez (HEART) Collection per Bottletop.

La Terza Piuma, cooperativa di sostenibilità e consumo critico

La Terza Piuma

La Terza Piuma

La Terza Piuma è la dimostrazione di come si possa fare concretamente moda sostenibile. Nata nell’aprile 2014 dalla volontà e dall’anima green di Laura, Barbara e Alessandra, La Terza Piuma è una cooperativa di Bergamo sostenibile a 360°: tutto, a partire dalle iniziative, fino ai prodotti venduti e alle fiere in cui espone ha a che fare con l’etica della sostenibilità. In primis gli abiti, che provengono da un circolo virtuoso e certificato di riciclo o che vengono prodotti con materiali di recupero e cuciti da sarte della zona. A raccontarci la filosofia di La Terza Piuma e dei suoi vestiti è Barbara: «Ispirandoci alla favola dei fratelli Grimm, abbiamo deciso come nome per la Cooperativa proprio “La terza piuma”. Crediamo che qualcosa di bello si nasconda sempre nel posto più inaspettato e magari proprio sotto i nostri occhi, crediamo che un abito o un tessuto usato possa essere riscoperto e riutilizzato».

Cooperativa La Terza Piuma

Cooperativa La Terza Piuma

In via Divisione Tridentina 4/A a Bergamo, sede della cooperativa, potrete trovare capi per adulti e bambini e una vasta gamma di altri prodotti correlati: accessori, bijoux, costumi, capispalla. Qualche esempio? I costumi piscina con tessuto rigenerato di Nuove Manifatture Tessili o le giacche Quagga, di gran tendenza tra le future mamme e neo mamme per la possibilità che dà questo capo di far spazio a pance e bebè. Ed è proprio a loro, alle mamme e bimbi, che La Terza Piuma dedica un’ampio spazio con articoli dedicati. Tra i prodotti da non perdere ci sono i pannolini lavabili e le fasce porta bimbo, senza contare i corsi di pilates: manna dal cielo per delle mamme alle prese con stress, tensioni cervicali e schiena a pezzi.

Tra le iniziative più entusiasmanti per una fashion addicted c’è senza dubbio il corso di cucito: un vero e proprio laboratorio dove imparare l’antica arte sartoriale. Un modo per scoprire un talento nascosto e dare sfogo alla propria creatività modaiola. E poi ancora: matite che si trasformano in piante una volta terminate, swap party, fiere sostenibili, laboratori per adulti (il mio preferito è quello sul riuso) e per bambini, mercati agricoli, sagre di paese. Tutto questo, e molto altro, è La Terza Piuma, una bella e promettente realtà dove la sostenibilità è di casa. Evviva.

Per info: pagina Facebook, sito ufficiale

Campagna Abiti Puliti (Clean Clothes Campaign)

Campagna abiti puliti

Le campagne a sostegno della moda sostenibile sono cruciali. Primo, perché sono portate avanti da ONG del calibro di Greenpeace. Secondo, perché è l’unico modo (al momento) per sensibilizzare l’opinione pubblica e far pressione sulle grandi multinazionali. Abiti Puliti – sezione italiana della Clean Clothes Campaign – è una delle iniziative in tal senso più importanti e conosciute, che si propone di migliorare le condizioni di lavoro nell’ambito tessile. Molti ricorderanno il crollo del Rana Plaza di Dacca, in Bangladesh, avvenuto il 24 aprile 2013: costò la vita a 1.219 persone, la maggior parte delle quali erano lavoratori tessili. È considerato il più grave incidente mortale avvenuto in una fabbrica tessile nella storia.

Le fabbriche che si trovavano all’interno dell’edificio realizzavano abbigliamento per marchi come Benetton, Auchan, Primark, Camaïeu, Premier Clothing, El Cortes Inglés e molti altri brand poco conosciuti (o non commercializzati) in Italia. Le immagini di quel terribile incidente fecero il giro del mondo, le etichette degli abiti con i differenti nomi di marchi vennero ritrovati sotto le macerie e lo scandalo andò oltre l’oggettiva responsabilità di chi costruì l’edificio. Il crollo del Rana Plaza ha confermato le voci che andavano ricorrendosi da anni sulle produzioni dei grandi marchi delegate all’estero: lavoro sotto pagato, manodopera sfruttata, condizioni precarie per i lavoratori del sud est asiatico.

Il 24 aprile è così diventato simbolicamente la linea di demarcazione tra due epoche, quella del consumismo sfrenato, del fast fashion a ogni costo e quello di un consumo più critico. Non a caso, il 24 aprile si celebra in tutto il mondo il Fashion Revolution Day, la giornata a sostegno dello sviluppo e del miglioramento delle condizioni lavorative di chi è impiegato nel settore moda.

Ma torniamo alla campagna Abiti Puliti. Come si legge sul sito ufficiale, «opera per il miglioramento delle condiioni di lavoro e il rafforzamento dei lavoratori nell’industria tessile globale. Pone al centro della sua attività la sensibilizzazione e la mobilitazione dei consumatori, la pressione verso le imprese e i governi. Offre solidarietà e sostegno diretto ai lavoratori che lottano per i loro diritti e chiedono migliori condizioni di vita e di lavoro». In altre parole, tramite partnership e iniziative ad hoc, si propone di sostenere i diritti dei lavoratori. Perché nel 2014 esistono ancora salari che non raggiungono nemmeno gli 80 dollari al mese. E non parliamo solo di lavoratori del sud-est asiatico, ma anche della civilizzata Europa, dove in un paese come la Turchia un operaio tessile vive con un salario ben al di sotto degli standard. Da un recente report pubblicato da Abiti Puliti, si legge che «in tutti i paesi oggetto di indagine è stata rilevata una differenza enorme tra il salario minimo legale e il salario minimo dignitoso legale. La divaricazione tende ad essere persino più marcata nei paesi europei a basso costo che non nei paesi asiatici». Non mi addentrerò nel merito del report, che è approfondito ed articolato. Mi premeva far sapere che esistono campagne e iniziative concrete perché questo buco nero del settore moda venga corretto, che ognuno di noi può far qualcosa nel suo piccolo. Mi premeva scrivere di una moda alternativa, che è poi quella che sta alla base degli abiti che la maggior parte di noi acquista. Perché la moda è bella, ma non sempre è sinonimo di tendenza e frivolezza.

Fashion blogger, le figuracce alla Milano Fashion Week [VIDEO]

“Exactly is the new I don’t know” è il titolo-tormentone del video realizzato dall’agenzia di comunicazione Fasten Seat Belt in occasione della Milano Fashion Week, che in meno di quattro minuti sconfessa la categoria dei (presunti) fashion blogger, stylist, designer della moda nostrana. Una chicca al vetriolo che fa uscire finalmente allo scoperto, chi staziona agli ingressi delle sfilate spacciandosi per grande fruitore e intenditore di moda e correlati. Chi, in altre parole, agogna a diventare protagonista degli scatti “street style” di testate di moda cartacee e online. Ma ecco un’anteprima delle uscite più spassose:

D.: «Vi piacciono i cappelli di Qaboos bin Said? (Sultano dell’Oman, ndr)»

R.: «Oddio, io vengo da Vicenza e penso che mi metterebbero dentro a una clinica psichiatrica se girassi con quelli, però magari a Milano ci stanno»

D.: «Parlando di nomi emergenti, cosa ne pensate di Jim Carroll? (Poeta americano, ndr)»

R.: «Ok.. secondo me è un grandissimo stilista, amo soprattutto le forme dei suoi abiti»

D.: «E del green designer Tom Fazio? (Architetto di calpi da golf)»

Il quadro che ne esce è demoralizzante: un’accozzaglia di wannabe super stilosi senza la minima preparazione sull’argomento e che, anzi, mistifica la realtà. Nemmeno il buon gusto – di cui, peraltro, dovrebbero abbondare – di dire semplicemente«non lo so». Aveva ragione Miss Coco quando diceva che «la moda riflette sempre i tempi in cui vive, anche se, quando i tempi sono banali, preferiamo dimenticarlo».

 

 

H&M Conscious Denim, il jeans si fa eco-sostenibile

Conscious denim by H&M

Al grido di “Go green, wear blue – sostenibilità e alta moda”, H&M lancia la linea Conscious Denim, una collezione per uomo, donna e bambino dedicata al denim sostenibile. Meno energia, meno acqua e meno lavorazioni. È questo il traguardo ecologico ottenuto con la capsule collection Conscious by H&M ed è così che il brand svedese si impegna in una moda su misura per l’ambiente: riducendo ai minimi termini tutte le fasi della produzione dei capi. Inoltre i capi sono realizzati con materiali eco quali il cotone biologico, la lana riciclata e il lino biologico, in un’ottica che vede sempre più il marchio low cost al servizio dell’eco fashion.

Un’intera collezione dai toni blu e indaco dell’oceano, dai tagli puliti e dall’anima casual, che include capi come i jeans skinny da donna e un cappotto monocromatico da uomo. Anche gli accessori sono blu, mentre per i bimbi sono previsti capi più colorati e ultra comodi: dalle salopette alle t-shirt fino ai body, in versione rigata a maniche lunghe. In arrivo anche capi più eleganti, che vedremo presto sia negli store che online. I prezzi variano dai 4,99 ai 49,99 euro, a dimostrazione del fatto che la moda etica può – e deve – essere anche accessibile e democratica.

L’impegno eco di H&M non finisce qui: insieme al WWF è in atto un piano strategico per gestire in modo critico l’acqua in tutta l’azienda. Lo scopo è quello di salvaguardare le risorse idriche dei paesi dove avviene la produzione dei capi e di impiegare l’acqua nei processi produttivi in modo sempre meno impattante. Per ulteriori aggiornamenti sulle iniziative sostenibili del brand potete consultare la sezione conscious del sito.