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4 modi per riconoscere l’abbigliamento sostenibile

La buona notizia è che chiunque è in grado di riconoscere l’abbigliamento sostenibile. Non serve un master in Fashion Management Qualcosa e non è necessario nemmeno avere l’occhio di Anna Wintour per i trend. Serve buon gusto e occhio clinico. Il primo è innato e la maggioranza di noi ne è sprovvista (un’amara verità, ma dobbiamo farcene una ragione). Il secondo si può allenare, un po’ come il nostro interno coscia. E se per il buon gusto ci si può affidare a professionisti del settore (come Anna, una stylist dalle doti sopraffine), per l’occhio clinico è meglio non delegare.

Sono molti i fattori che stabiliscono il grado di sostenibilità degli abiti che indossi. Intanto va chiarito il concetto stesso di abbigliamento sostenibile, cioè l’insieme di quei capi e accessori che rispettano le regole fondamentali dell’eco fashion, ovvero:

  • tracciabilità
  • rispetto per l’ambiente
  • rispetto dei lavoratori
  • durevolezza
  • alta qualità

Basta falsi made in Italy, tessuti che sembrano fatti di carta crespa, capi di dubbia qualità pagati uno sproposito. Il che non significa che bisogna spendere al massimo 10 euro per un vestito, ma capire come e quanto investire per un capo. Ecco il vademecum da stampare e da sbirciare ogni volta che si fa shopping.

Abbigliamento sostenibile, bello è meglio

Non c’è bisogno di girare per negozi con una lente di ingrandimento per capire la qualità di un tessuto. Basta il tocco, leggere l’etichetta e affidarsi a commesse di esperienza. Anche il taglio, l’attenzione ai dettagli e come è confezionato (leggi alla voce: cuciture) fa la differenza. Se ad esempio compro una maglietta bianca di un cotone leggerissimo, praticamente trasparente, so già che tempo qualche stagione e la povera t-shirt andrà bene giusto per fare la polvere. Se invece acquisto una maglietta di un cotone resistente, magari biologico e certificato, ancora meglio in canapa o bamboo, so che l’aspettativa di vita di questo capo sarà molto più alta.

Capi sostenibili: da dove arrivano?

La tracciabilità è quel sistema che ti permette di sapere da dove arrivano i vestiti che indossi, chi li ha lavorati, con quali tessuti sono stati confezionati. Dirai, che importa? Importa eccome sapere se la tua gonna preferita è stata disegnata in Italia, cucita in Bangladesh, rifinita in Romania e impacchettata nei sottoscala di qualche magazzino italiano da lavoratori in nero sottopagati. Perché la gonna che tanto ti piace porta con sé un bagaglio di passaggi e sudore e sfruttamento della manodopera e sostanze tossiche che nemmeno ci immaginiamo. Siamo tutti maggiorenni e sappiamo che non può essere sempre “colpa degli altri” o “del sistema”. Sì, è anche colpa del sistema, ma il vantaggio è che possiamo trasformarci in ingranaggi consapevoli e critici in grado di far saltare questo sistema malato. Facciamolo anche per chi crede che i vestiti del discount, tutto sommato, facciano la loro porca figura. Salviamo il mondo dalla bruttezza.

Abbigliamento sostenibile, dimmi chi sei e ti dirò se compro

Hai dei dubbi sulla provenienza di un capo e sulla sicurezza di un tessuto? Chiedi alla commessa, informati sul marchio che produce quel capo, cerca online informazioni su quale sia la reputazione del brand in questione. Trasformati nel peggiore incubo dei commercianti di zona e sarai trattato da re, garantito. Ma soprattutto, avrai la garanzia di sapere cosa indossi. In alternativa, leggi gli articoli dedicati ai marchi sostenibili e cerca sui loro siti la parte dedicata alla filosofia aziendale o alla sostenibilità. I migliori sono qui su Indiestyle, manco a dirlo.

Abbigliamento sostenibile e Made in Italy

È arrivato il momento di sfatare un mito, quello del made in Italy. Ce lo invidiano e copiano in tutto il mondo, è sinonimo di qualità, creatività e artigianalità. Nella maggior parte dei casi, anche di filiera medio-corta. Il fatto è che non sempre la dicitura o l’etichetta made in Italy corrispondono a un reale “fatto in Italia”. E qui entrano in gioco le normative. La legge europea dice che

un prodotto è Made in Italy quando nel nostro Paese è avvenuta l’ultima trasformazione o lavorazione sostanziale.

Un po’ nebulosa, come normativa. In pratica, un capo può essere etichettato come made in Italy anche se solo il confezionamento o le rifiniture sono state fatte su territorio italico. Ad esempio: la Pinco Pallo azienda fa disegnare il capo in Italia, poi manda i bozzetti a un modellista turco, fa fare la campionatura in Armenia e avvia la produzione a Katmandu. Infine fa confezionare i capi a Canicattì e attacca l’etichetta Made in Italy. Tutto lecito in termini di legge, niente da dire. Peccato sia un totale nonsense, nonché una vaga presa per i fondelli per gli ignari acquirenti. A chi conviene? All’azienda che produce, naturalmente, che demandando la produzione all’estero investe meno soldi in manodopera e guadagna di più. Come fare per sapere se è un reale Made in Italy? In molti casi bisogna fidarsi, in altre si può indagare sulla filiera dell’azienda che produce il capo trasformandosi in novelle 007.

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