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Caso Moncler, il CEO di Prada contro Report

È stato uno scandalo, quello sollevato dall’inchiesta di Report dal titolo “Siamo tutti oche” sul traffico illecito di piume d’oca. Se non altro, lo è stato per la maggior parte dell’opinione pubblica, quella ancora poco avvezza al tema della moda ecologica ed etica. Chi mastica questi argomenti da tempo non si è stupito affatto. Quel che invece stupisce è che un personaggio come Patrizio Bertelli, CEO di Prada, abbia dato della stupida a Milena Gabanelli per il servizio in questione, definendolo «una dimostrazione della stupidità umana». Bertelli, marito di Miuccia Prada e anima commerciale del brand, a margine del Milano Fashion Summit si è lasciato andare a dichiarazioni del tutto opinabili: «È naturale che in un mondo globalizzato una impresa cerchi risorse produttive con costi più contenuti, per esempio in Ucraina o in Slovenia, e non si puà impedirlo in un mercato liberale. Questo non vuol dire che noi dobbiamo fare i carabinieri sui produttori ai quali ci affidiamo».

Ed è qui che Bertelli svela la sostanza del marchio di lusso di cui è amministratore: la filiera ha poca importanza, quel che conta è lucrare. In altre parole, lo stesso CEO di Prada ha ammesso di snobare la moda sotenibile, di infischiarsene del fashion green e non curarsi delle conseguenze che un marchio di questa portata può apportare all’ambiente, agli animali che sfrutta illegalmente e agli stessi lavoratori. Non a caso, il nome di Prada non appare in nessuna delle campagne promosse dalle Ong né ha un progetto sostenibile di sorta. Come fa notare Milena Gabanelli: «Spende molti soldi per monitorare la stampa, ne spenda anche per controllare cosa succede negli stabilimenti di produzione».

«È vero, non c’è niente di male ad andare a produrre all’estero così come non è illegale a essere avidi. Dico che quella di Prada è avidità perché parliamo dell’industria del lusso che si fregia del titolo ‘Made in Italy’ producendo invece in Paesi lontani dall’Italia. Posso capire una piccola azienda con un margine di guadagno di pochi euro che decide di delocalizzare per sopravvivenza. Capisco molto meno le aziende che hanno margini di guadagno altissimi come Prada e gli altri marchi che vivono anche sul fatto di vendere capi che usano impropriamente la dicitura Made in Italy», rincara la conduttrice di Report.

Un attrito, quello tra Bertelli e Gabanelli, che risale al 2009, quando Report mandò in onda un servizio sulle borse Prada realizzate in nero: «Si ricordi il signor Bertelli chi davvero ha rovinato il made in Italy. A proposito – continua la giornalista – noi di Report con la Gdf entrammo nei laboratori di Napoli dove artigiani in nero producevano per 28 euro al pezzo borse Prada che venivano rivendute a 400». Infine la stoccata finale, che dovrebbe mettere a tacere chi si vanta nel mondo intero di un Made in Italy che Made in Italy non è: «Sul capo di Bertelli c’è un inchiesta aperta per un elusione fiscale 460 milioni. Io per esempio non ho nessuna inchiesta di questo genere».

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