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Fashion Revolution Week: la rivoluzione inizia dall’armadio

Il boato è assordante: per qualche minuto aleggia un silenzio irreale, si respira polvere, la vista è offuscata dalle lacrime e dal fumo. Poi è un rincorrersi di grida e urla: delle persone che sono rimaste intrappolate tra le macerie e di chi ha assistito al crollo dell’edificio e inizia a scavare a mani nude. È più o meno così che mi sono sempre immaginata il momento della tragedia che ha investito Dhaka, in Bangladesh, uccidendo 1.130 lavoratori tessili e ferendone oltre 2.500. L’edificio in questione è il Rana Plaza e il crollo è avvenuto il 24 aprile del 2013.

Fashion Revolution è il movimento globale nato pochi mesi dopo questa tragedia da Orsola de Castro e Carry Somers. L’obiettivo è quello di cambiare il modo in cui i vestiti vengono prodotti, acquistati e utilizzati. Le campagne di Fashion Revolution mirano a pretendere totale trasparenza sulla filiera dell’industria della moda, compensi equi ai lavorati e invocano una presa di coscienza di tutti i consumatori.

Da qui è nata la Fashion Revolution Week, settimana che cade ogni anno in concomitanza con l’anniversario del crollo del Rana Plaza e che raccoglie iniziative sulla sostenibilità e la responsabilità sociale nel settore della moda. Con la campagna Who Made My Clothes? (e relativo hashtag #whomademyclothes) il movimento Fashion Revolution chiama tutti ad una importante presa di coscienza: chi produce i miei vestiti? Lo sappiamo realmente? Ci interessa? Sono convinta di sì. Credo che a nessuno piaccia l’idea che il maglione pagato 10 euro in uno dei tanti negozi di fast fashion sia stato fatto da lavoratori e lavoratrici pagati pochi dollari a settimana. Soddisfare il nostro bisogno costante di comprare capi nuovi a scapito della salute e della vita di milioni di donne e uomini non ha niente di cool o glamour. Eppure è quello che accade ogni giorno, per lo meno da quando esiste il fast fashion e la globalizzazione.

Perché è così significativo il crollo del Rana Plaza rispetto ad altri incidenti (e non sono pochi) avvenuti in tante fabbriche tessili nel mondo? Perché le macerie hanno svelato che a lavorare in condizioni precarie e pericolose negli otto piani abusivi dell’edificio erano lavoratrici e lavoratori che producevano capi d’abbigliamento per marchi come Benetton, Auchan, Camaieu, Mango, C&A, Inditex (gruppo che include Zara, Oysho, Pull and Bear, Bershka, Stradivarius), Primark, El Corte Inglès e altri brand. In altre parole, marchi che compriamo ogni giorno per riempire i nostri armadi. È troppo dire che siamo tutti responsabili? No, non è eccessivo, se si capisce qual è il problema di fondo e si è consapevoli del peso che abbiamo come consumatori. Non si può più ignorare questa situazione, e la buona notizia è che ognuno di noi può fare qualcosa di concreto.

Cosa puoi fare durante la Revolution Fashion Week?

La Fashion Revolution Week non si ferma nemmeno in piena pandemia. Certo, gli eventi sono limitati a incontri su piattaforme digitali, ma ci sono e si fanno sentire più impellenti che mai. Perché l’emergenza Covid-19 ha investito in pieno il settore dell’abbigliamento, quindi anche quei milioni di lavoratori che già abitualmente non se la passano bene. Gli ordini annullati massivamente da parte dei grandi marchi hanno fatto sì che la manodopera non venga pagata e che in molti stiano perdendo il lavoro. E mentre tutti noi stiamo cercando di combattere con gli alti e bassi della quarantena, c’è chi sta vivendo momenti drammatici. La differenza tra milioni di lavoratori che stanno dall’altra parte del mondo e chi magari il lavoro l’ha perso in Italia, è che i lavoratori del sud-est asiatico dipendono dalle nostre abitudini di consumo.

Cosa siginifca, esattamente? Che l’abitudine, all’apparenza innocente e appagante, di comprare capi a poco prezzo (leggi anche: marchi low cost) in quantità molto maggiori rispetto alle nostre reali esigenze ha generato un circolo vizioso in cui le aziende di abbigliamento, per rispettare la domanda del mercato di capi a prezzi bassi, ha delocalizzato la produzione degli stessi in paesi in cui la manodopera ha un costo altrettanto basso. La faccio semplice: io azienda, per mantenere i miei profitti e non incidere sul costo finale al cliente, vado a risparmiare dove è possibile: qualità del materiali (tessuti in poliestere o qualitativamente mediocri), del confezionamento (cuciture e accessori) e della manodopera (chi i capi li cuce). E voilà, il gioco è fatto.

Dicevamo delle iniziative della Fashion Revolution Week: sono tante, sparse in tutta Italia (e in tutto il mondo) e segnalate qui. L’edizione 2020 prevede webinar e live sui social. Al netto della pandemia, invece, ognuno di noi, sotto forma di singolo, associazione, ente, fondazione o altro può contattare lo staff di Fashion Revolution e proporre un evento. Negli anni sono stati organizzati workshop, presentazioni di libri, proiezioni di film e documentari, conferenze. I modi per scoprire un’altra moda sono moltissimi e spesso anche divertenti. Penso agli swap party, un modo per scambiarsi capi e conoscere nuove persone; agli spettacoli, come il monologo teatrale La Genesi del Rigenero di Giuseppe Allocca, che ho intervistato per conto di Slow News. E a proposito degli amici di Slow News e della Fashion Revolution Week, tra qualche giorno uscirà una serie che ho scritto sul tema della moda sostenibile. Un modo per contribuire alla causa.

Cosa è cambiato dopo la prima Fashion Revolution Week

Che influenza ha avuto il movimento Fashion Revolution e la Fashion Revolution Week? Secondo l’impact report 2019, il movimento ha stretto oltre 500 collaborazioni in tutto il mondo, coinvolto più di 300 tra ong, organizzazioni culturali e attivisti e collaborato con oltre 200 organizzazioni educative. Gli eventi organizzati fino ad ora sono più di 1800 in 60 paesi diversi, perché la sostenibilità (nella moda e non solo) è prima di tutto cultura.

Quando si parla di impatto, Fashion Revolution può vantare degli alleati strategici e molto influenti. Si tratta delle Ong come Greenpeace o campagne globali come Abiti Puliti, che lottano ogni giorno perché la moda non sia uno sporco affare: Greenpeace per eliminare dalla filiera del tessile sostanze tossiche e Abiti Puliti per incidere sulla qualità della vita (lavorativa e non) di milioni di lavoratori, specie in quei paesi dove gli assemblamenti sindacali sono vietati per legge e i diritti civili una chimera.

E se alcuni dei marchi (solo 9 su 29) coinvolti nel crollo del Rana Plaza hanno provveduto a contribuire con un risarcimento alle famiglie delle vittime, ci sono ancora troppe aziende che ignorano o rimandano le loro responsabilità sociali d’impresa. La differenza rispetto a prima, è che ora – grazie soprattutto a iniziative come la Fashion Revolution Week – molti consumatori hanno aperto gli occhi e pretendono totale trasparenza da parte dei marchi della moda, non solo un po’ di green washing.

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